Quando si parla di Archetipi rivolgiamo il pensiero a Jung, ritenendolo ideatore e fondatore. Tuttavia, l’archetipo ha una storia molto più complessa, e radici arcaiche da sempre contemplate nella filosofia del profondo. Essendo io un astrologo, e non uno psicologo, devo concepire il concetto di Archetipo in sintonia alla disciplina che studio, alle sue norme e regole classiche, moderne, umanistiche, contemporanee. Ma devo rispettare i contenuti della filosofia e della psicologia sul tema dell’Archetipo, per non condizionare me stesso in false deduzioni, suggerite da un assunto che potrebbe essere sbagliato in qualsiasi momento.

Mi sono detto se i modelli archetipici teorizzati da Jung possono essere presi nella loro interezza e purezza e introdotti in assoluto nello scibile astrologico. La risposta che mi sono dato è: “ni”! Jung non ha mai fornito una definizione univoca di Archetipi, li ha descritti durante tutta la sua vita, offrendo in ogni suo studio un approfondimento. L’archetipo è infatti qualcosa che appartiene al collettivo, un contenuto e una forma trascendentale, che sussiste e sopravvive alla coscienza cognitiva, è un contenuto che diventa anche non-contenuto, svuotandosi della sua entità è come un vaso i cui contenuti, ogni volta, sono riempiti. Gli archetipi vengono elargiti di contenuto dall’uomo che ogni volta li interpreta secondo cognizione e contesto antropologico e sociale di appartenenza. Jung dice che “nessun archetipo è riducibile a semplici formule” quindi ci dice che non esiste una definizione che li definisca, non è possibile nemmeno contestualizzarli specificatamente. Continua dicendo che “l’archetipo è come un vaso che non si può svuotare ma nemmeno riempire mai completamente”; questo mi ha sempre fatto pensare all’Archetipo come a della creta che modelliamo con le mani, e le mani dell’uomo rappresentano il “vaso” in cui essa è contenuta e in cui in esse si modella ogni volta. Jung afferma che “l’archetipo in sé esiste solo in potenza, quando prende forma in una determinata materia non è più lo stesso di prima…” in questo passaggio comprendo come l’Archetipo sia un modello, una traccia, una memoria ancestrale e arcaica, che mi ha fatto pensare alle tante teorie quantistiche che ritengono l’Universo un essere pensante, dotato di intelligenza; in un certo senso l’Archetipo mi porta a immaginare che si tratti di “pensieri” generati da una intelligenza che avvolge, penetra, compenetra, contiene, riempie ogni cosa dell’universo. Jung continua affermando che “l’archetipo persiste attraverso i millenni ed esige tuttavia sempre nuove interpretazioni” che avvalora ulteriormente l’idea di un Archetipo che assume le valenze di pensiero errante; mi sono spesso detto se nell’Archetipo Jung non avesse incontrato il “pensiero di Dio”, anche perché nella filosofia greca per Archetipo si riteneva, in certe scuole, che fosse contenuto proprio il pensiero divino che l’uomo cerca di interpretare secondo il suo tempo storico di appartenenza. Jung conclude dicendo che “gli archetipi sono elementi incrollabili dell’inconscio, ma cambiano forma continuamente” e mi sono detto cos’è nell’uomo quell’elemento incrollabile nella mente cognitiva se non il pensiero e il pensare, il cervello è per tutta la nostra esistenza perennemente “pensante” anche mentre dormiamo, e il suo pensiero cambia in continuazione forma e qualità.

Jung tuttavia ha introdotto attraverso i suoi studi sugli Archetipi i concetti di inconscio collettivo e inconscio individuale. Non è affatto una idea nuova, il collettivo e l’individuale erano concetti già percepiti in antichità e definiti macrocosmo (per il collettivo) e microcosmo (per l’individuale). Così mi rendo conto sempre più spesso che i contenuti con cui l’umanità si relaziona sono sempre gli stessi, ma come dice Jung per gli Archetipi, in ogni epoca e in ogni tempo l’uomo reinterpreta questi contenuti, svuotandoli di ciò che contengono e rintroducendo lo stesso contenuto, rielaborato, riprogrammato e ridefinito. In un certo senso arrivo a percepire l’idea di un Tutto manifesto, ovvero ogni cosa è manifestata nell’Universo ed esiste da sempre. Ciò che è manifestato possiamo chiamarlo Dio, o se preferite “Creazione”. E la creazione è a mio avviso l’Archetipo degli archetipi, il primo archetipo in assoluto ove il Tutto è contenuto e dove il contenuto è ogni volta interpretato, gestito ed elaborato dalle creature viventi.

L’Astrologia, come qualsiasi altra materia, contiene gli archetipi e come per qualsiasi altra materia, cerca di interpretarli, svuotando i loro contenuti li riempie di propri, conformandoli secondo il metodo e le regole astrologiche. Questa mia convinzione proviene dalle considerazioni di Jung proprio sull’Archetipo visto come un “contenuto-non-contenuto” che ogni volta è svuotato e riempito nuovamente, in una continua opera interpretativa del Tutto che avvolge e circonda.

C’è da dire che questo termine (Archetipo) è stato soggetto da sempre a interpretazione.
Elenco di seguito le varie definizioni concettuali di Archetipo che provengono dalla storia:

  • Norberto Bobbio: l’archetipo è il modello o l’esemplare originario o l’originale di una serie qualsiasi
  • Plotino e Proclo: gli archetipi sono modelli delle cose sensibili, sono le idee esistenti nella mente di Dio, ovvero modelli delle cose create;
  • Platonici di Cambridge: l’Archetipo non è Natura ma provvidenza, la Natura non è l’Archetipo dell’arte divina. Come per Berkeley che considera Archetipo come esistente nell’Eternità, è lo Spirito di Dio, ciò che è creato è Ectipo e proviene dall’Archetipo.
  • Kant: l’Archetipo è l’intelletto divino che crea pensando; mentre Ectipo è l’intelletto umano e finito, non creativo ma discorsivo (che interpreta ciò che è stato creato non dall’uomo).
  • Rudolf Bultmann: l’Archetipo “mitologico” è la forma di rappresentazione in cui ciò che è divino viene raffigurato come umano.
  • Carl Gustav Jung: Archetipo ovvero immagine primordiale, quindi rappresentazioni che continuano a proporsi da un medesimo modello fondamentale. Jung associò il concetto di Archetipo a tutte quelle fantasie dell’uomo che emergono attraverso immagini simboliche la cui origine è ignota ma che si riproducono in ogni tempo e in ogni parte del mondo come l’animale infernale sotto forma di serpente o drago, il senso di caduta nel vuoto, la putrefazione, l’aggressione subita da parte di insetti, il disagio provato nel contatto con la terra fracida o con gli escrementi, la caduta della volta celeste, il terrore di essere sommersi da masse di acqua.
  • Artemidoro: introduce il concetto di Archetipo come “mente archetipica”, ovvero una memoria ancestrale della Creazione che è insita in ogni cosa, animata e inanimata.

Nel concetto di Artemidoro ci trovo una definizione logica e che può essere incastrata con la fisica. Se la materia ha avuto origine da un punto minuscolo dell’universo, da una particella supercondensata e supercompressa, per poi espandersi e creare ogni cosa, significa che la nostra stessa identità materiale proviene da quello stesso punto iniziale. Se ci pensate, dunque, noi portiamo attraverso la nostra esistenza una “materia” che ha origine da quel punto originario e primordiale, e quindi conserviamo in una sorta di “memoria profonda” l’Inizio di ogni cosa! Ecco dunque che si palesa il concetto di “mente archetipica”, ovvero ogni cosa che ha un contenuto materiale porta con sé una “memoria arcaica e primordiale” che dunque è archetipica, e che in ogni sua manifestazione esprimerà un contenuto specifico, frutto delle attività stesse della materia, nel nostro caso frutto della cognitività e del potere interpretativo del pensiero umano.

  • Kerényi: Archetipo è ciò che dà l’impronta originaria, il principio di ogni impronta successiva.
  • Elémire Zolla: Archetipo è esperienza metafisica, chiave attraverso cui aprire a ciascuno di noi l’enigma dell’esistenza umana.

La concezione di Zolla sull’Archetipo è quella che ritengo più affine all’astrologia. Per Zolla l’Archetipo è esperienza metafisica: l’Astrologia è un sistema, un metodo, che utilizza dei “corpi fisici” chiamati convenzionalmente Pianeti (Sole Luna Mercurio Venere Marte Giove Saturno Urano Nettuno Plutone Eris Sedna), segni zodiacali ovvero porzioni del cielo in cui è stata proiettata una immagine simbolica (Ariete Toro Gemelli Cancro Leone Vergine Bilancia Scorpione Sagittario Capricorno Aquario Pesci) e le dodici case zodiacali che rappresentano le dodici porzioni del cielo che riflettono 12 tempi terrestri suddivisi in quattro stagioni (Ascendente Casa due Casa tre Fondo cielo Casa cinque Casa sei Discendente Casa otto Casa nove Medio cielo Casa undici Casa dodici). Tutto ciò viene introdotto all’interno di un cerchio che rappresenta la volta celeste e il pianeta terra, macrocosmo e microcosmo, collettivo e individuale, il cielo e la terra, l’alto e il basso. Il Cerchio è tra l’altro un’immagine archetipica!

Il metodo astrologico a mio avviso è la tecnica attraverso cui l’uomo può sperimentare gli archetipi per mezzo della cognitività, esercitandosi nell’opera deduttiva ed interpretativa. In chi ne è sensibile, l’astrologia permette di fare incredibili viaggi nello studio delle cose umane, attraverso l’interpretazione del simbolo. Pianeti Segni zodiacali e Case zodiacali sono dunque Archetipi? In un certo senso sono, nel concetto di Zolla, assimilabili agli Archetipi perché essi rievocano l’idea di un “modello originario” (sempre esistito, il sistema solare è nato prima dell’uomo) che rievoca a sua volta qualcosa di più immenso, riproduce in scala l’Universo intero, e verso cui l’uomo proietta la sua mente versando in essa contenuti, ovvero significati, e dunque questi corpi fisici e metafisici si svuotano e si riempiono ogni volta di nuovi contenuti diversi, in ogni tempo cambiano aspetto o significato, ma non cambia la loro essenza primigenia.

Non possono certamente descrivere tutti gli Archetipi, poiché sono infiniti, ma nessun altro metodo può farlo, anche perché nelle varie interpretazioni di Archetipi si è compreso che essi non sono “finiti” ma l’Uomo poiché è un essere “finito” e non infinito – nel senso che è destinato a morire poiché mortale – può nei suoi limiti materiali e cognitivi cercare in un metodo simbolico la via più adeguata per la comprensione della memoria archetipica. Se gli archetipi sono pensiero divino, pensiero sempre esistito, intelligenza che galleggia ovunque, gli Astri la incarnano e la rappresentano per l’uomo; ciò significa che l’Astrologia è una disciplina che ha una fine con l’esistenza dell’umanità. E quando l’uomo non esisterà più, le stelle, i pianeti, i segni zodiacali, saranno svuotati completamente di contenuto e di significato, e rimarranno li “inesistenti” perché non ci sarà più una coscienza materiale e umana a valorizzarli. Ecco che vediamo l’Archetipo svuotato, il “nulla” che galleggia vuoto di significato e che viene riempito di significati solo da una mente pensante. Poiché l’archetipo è a mio avviso “pensiero primordiale” ovvero intelligenza preterumana, divina, cosmica, pensiero errante, esso diventa pieno di significato solo quando qualcuno gli conferisce un significato. L’astrologo interpreta i corpi del cielo riempendoli di un significato ogni volta diverso. Questo basta per ritenere gli oggetti utilizzati dall’Astrologia come “forme archetipiche” i cui contenuti sono valorizzati dall’Astrologo e che può valorizzarli inserendo in essi delle simbologie significative.

Quindi il Sole non è solo astro del cielo, ma anche archetipo, ovvero ispira nell’uomo una “memoria archetipica” che spinge all’esperienza metafisica e che infonde nel suo osservatore un’idea profonda di ricerca nell’insondabile ignoto, alla conquista di una possibile risposta all’enigma dell’esistenza stessa.

Non concluderò l’articolo scrivendo che Archetipi troviamo in astrologia. Perché essendo essi veramente ampli e infiniti, è impossibile circoscriverli. Ma quando parliamo di Sole o di Luna o di un altro pianeta, o di un segno zodiacale o di una casa zodiacale e lo definiamo ARCHETIPO stiamo semplicemente proiettando un contenuto all’interno di questi modelli che ci servono materialmente per questo tipo di esperienza. L’astrologia ci permette di sperimentare gli archetipi che tuttavia proiettiamo all’interno di oggetti e di immagini archetipiche; anche perché è impensabile l’idea che un Archetipo si manifesti nella sua “forma originaria”, essendo esso un qualcosa di sempre esistito, è in realtà eternamente intorno a noi, invisibile agli occhi, eppure presente poiché si manifesta costantemente nella nostra esistenza sotto forma di “memorie” e di “sensazioni” viscerali e inspiegabili.

L’Astrologia utilizza gli Archetipi. L’opera di Carmingnani e Bongiovanni (astrologia archetipica) ha cercato di contestualizzarli all’interno di una metodologia ricca di immaginazione, non esiste nessun altro testo astrologico che cerca di contestualizzarli perfezionandoli nella metodica astrologica. Manca la “dialettica” in questo settore, ovvero la disponibilità di chi può farlo o ne ha il dono, di cimentarsi in una ricerca degli Archetipi nel linguaggio astrologico, come hanno fatto i tanti nomi citati nell’articolo che con la loro esperienza hanno “enunciato” teorie e spiegazioni.

Carmignani e Bongiovanni hanno a mio avviso cominciato questo cammino, ovvero uno studio e una ricerca degli archetipi nello scibile astrologico, e ne verranno sicuramente altri che tenteranno di addentrarsi in questo complesso mondo, dando – perché no – nuove teorie oltre quelle di Jung, Artemidoro, Bobbo e via dicendo, in una visione più centrata nell’ottica astrologica che può aprire probabilmente nuovi scenari sull’Archetipo ancora tutti da esplorare.

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